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Dolore cervicale

DOLORE CERVICALE

IL DOLORE CERVICALE

Il dolore cervicale è il secondo disturbo più frequente al mondo, dietro solo al mal di schiena. Il paziente può riferire dolore in tutta la regione del collo (vedi foto sotto). Il dolore spesso è associato a rigidità articolare, dolore muscolare, e a sintomi associati: mal di testa, vertigine, nausea, etc.

Dolore Cervicale

Oltre a essere molto frequente, il dolore cervicale rappresenta anche un grande ostacolo sociale; spesso infatti è associato a assenteismo lavorativo, limitazione nella partecipazione di attività ludico-ricreative.

 

Chi soffre maggiormente di dolore cervicale?

Il dolore cervicale colpisce le popolazioni di tutto il mondo, anche se l’Europa è il continente dove è più prevalente. Colpisce maggiormente le persone tra i 25 e i 50 anni, maggiormente le donne. Il problema maggiore è il rischio di recidive: si stima che tra il 60 e l’80% delle persone che hanno avuto un episodio di dolore cervicale sviluppino delle recidive e una ricorrenza dei sintomi. Inoltre, fino al 20% delle persone riferisce limitazioni lavorative o sociali causate dal dolore, o per paura di provare dolore.

I soggetti più a rischio sono i lavoratori: sia gli impiegati (molte ore al giorno nella stessa posizione, avevo già scritto un blog su questo), sia i lavoratori manuali come operai (per sforzi ripetuti e prolungati nel tempo), sia professionisti come medici, avvocati, etc. (a indicare come alti livelli di stress e tensione giochino un ruolo chiave nello sviluppo del dolore).

Classificazione

Abbiamo visto come il dolore cervicale possa rappresentare un ostacolo, anche molto importante nella vita quotidiana di chi ne soffre. Per capire come gestirlo e trattarlo bisogna prima individuare delle sottocategorie di pazienti che hanno questo dolore. Questo permette di indirizzare il trattamento e capire come gestire al meglio il paziente. Negli studi scientifici e nel linguaggio medico il dolore cervicale è definito come NAD (Neck pain and Associated Disorders, cioè dolore al collo e disturbi a esso associati); possiamo avere:

  • NAD di tipo 1: dolore al collo che non influenza la vita quotidiana di chi ne soffre. Il paziente riesce a svolgere attività lavorativa e ricreative senza che il dolore lo limiti.
  • NAD di tipo 2: anche in questo caso non ci sono problemi definiti “gravi”, ma il dolore limita le attività e la partecipazione sociale del paziente. Non solo per il dolore diretto, ma anche per paura di sviluppare dolore in seguito.
  • NAD di tipo 3: in questo caso oltre che dolore alla zona cervicale sono presenti sintomi neurologici a esso correlati. Il paziente avrà quindi formicolio, perdita di riflessi, sensibilità o forza all’esame neurologico. Questo paziente necessita di un buon inquadramento medico, anche se il trattamento, soprattutto all’inizio, è quasi sempre fisioterapico.
  • NAD di tipo 4: dolore al collo che sottende a una patologia grave. Il dolore è spesso molto forte, successivo a traumi. Può essere causato da frattura vertebrale, infezione, problemi di tipo vascolare, etc. Questa tipologia di pazienti necessita di un inquadramento medico specialistico e quasi sempre, proprio per il tipo di dolore che prova, accederà in maniera diretta all’ospedale.

Il dolore cervicale può essere diviso anche in recente (se è il primo episodio) o ricorrente o persistente (se, appunto, non è la prima volta che insorge dolore). Questa ulteriore classificazione serve per capire la prognosi: se è il primo episodio di dolore sarà più facile e veloce guarire rispetto a un dolore che dura da diverso tempo.

Fattori di rischio

Ci sono tanti fattori di rischio che sono stati individuati come causa del dolore cervicale. Alcuni non si possono modificare come: età, sesso femminile, storia di precedente dolore. Altri invece sono modificabili come: attività lavorativa, scarsi livelli di attività fisica, salute generale non ottimale, il fumo, scarso supporto familiare o sociale.

Soprattutto per i dolori che durano da tanto tempo è sempre indicato valutare i fattori psicologici e sociali correlati al dolore. Aspetti come le credenze sul proprio dolore, la parte emozionale e sociale correlata alla storia della persona che soffre di dolore sono molto importanti da valutare. Così come la paura di non guarire, la frustrazione, la paura di effettuare determinati movimenti.

Ci sono poi aspetti direttamente correlati al lavoro che possono influenzare, anche in maniera determinante, il dolore del paziente. I più importanti sono: attività pesanti e ripetitive, una scarsa soddisfazione lavorativa, cattiva o nulla relazione con i colleghi, posture prolungate per lungo tempo, percepire il lavoro come causa primaria del proprio dolore.

Valutazione del paziente con dolore cervicale

Per prima cosa, quando si ha dolore cervicale bisogna escludere che ci siano problemi seri, quindi escludere i cosiddetti NAD di tipo 3 e 4. Se siamo sicuri di rientrare nelle categorie di NAD 1 e 2, le indagini strumentali non sono indicate, per cui Rx o risonanza magnetica, quasi mai danno indicazioni significative.

In secondo analisi, bisogna valutare la persona in maniera corretta e approfondita, al fine di determinare il trattamento migliore. Avendo capito quali sono i fattori di rischio principali e come questi possono influenzare la guarigione o meno del paziente risulta essenziale capire chi è il mio paziente. Se ho una persona giovane, attiva, senza altri problemi, al primo episodio di dolore, con una salute generale buona, avrò bisogno di poche sedute per raggiungere una buona guarigione e il ritorno alle normali attività. Viceversa il trattamento sarà più complesso, lungo e, talvolta, impegnativo.

Trattamento

Il trattamento per la maggior parte delle volte consiste nell’unione di tre interventi: educazione, esercizio e terapia manuale.

  • Educazione: è fondamentale per poter iniziare gli altri interventi riabilitativi. Se il paziente è correttamente educato rispetto al suo problema, capisce che cos’ha, quali sono le cause che l’hanno portato a sviluppare dolore, e cosa deve fare per riuscire a risolverlo, tutto il lavoro successivo sarà più facile e veloce. Esattamente come ho cercato di fare in questo articolo bisogna analizzare e discutere con il paziente ogni aspetto, prima di iniziare con esercizi o terapie specifiche.
  • Esercizio: come in tutti i problemi muscolari e scheletrici fare esercizio è essenziale per migliorare la guarigione dei tessuti e renderli pronti a eseguire le attività della nostra vita quotidiana. Sia esercizi generali, che coinvolgono tutto il corpo, sia esercizi specifici per la regione cervicale sono essenziali per avere una corretta guarigione. Gli esercizi specifici hanno l’obiettivo di rinforzare la muscolatura, ristabilire una corretta mobilità articolare e rendere i movimenti del collo più fluidi e sicuri.
  • Terapia manuale: massaggi, mobilizzazioni e manipolazioni vertebrali hanno un’ottima evidenza scientifica di efficacia per trattare il dolore cervicale. Soprattutto in una fase iniziale dove il dolore o la rigidità è importante risultano un’ottima strategia terapeutica.

In aggiunta a questi tre interventi possiamo affiancare:

  • Terapia farmacoligica: anche se i pareri sono discrordanti nel breve termine sembrano efficaci, sia gli antidolorifici che i miorilassanti. Nel lungo termine però potrebbere avere effetti negativi e risultare addirittura dannosi per il recupero.
  • Psicoterapia: come abbiamo visto i disturbi più complessi e che tendono a non guarire spesso sono correlati a alti livelli di stress, insoddisfazione lavorativa o scarso livello di sostegno familiare e/o sociale. Per questi pazienti risulta essenziale lavorare su più fronti con diversi professionisti, e quindi affiancare alla fisioterapia la psicoterapia.
  • Terapia fisiche: laserterapia, TENS e TECAR non sembrano essere dei validi strumenti per trattare il dolore cervicale.

 

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Gomito del tennista epicondilite

GOMITO DEL TENNISTA – EPICONDILITE

L’epicondilite si manifesta come un dolore sull’epicondilo (parte laterale del gomito). È caratteristico di persone che effettuano movimenti di presa e forza con la mano, tipicamente associato a un problema sull’inserzione dei tendini degli estensori del polso e delle dita. Conosciuto anche con il nome di gomito del tennista, sarebbe meglio chiamarlo DOLORE LATERALE DI GOMITO. Perché? Perché nella realtà è un problema più complesso e necessita di una attenta valutazione. La forma più comune rappresenta la problematica del tendine, ma conosciamo insieme le varie forme, e capiamo perché avere una diagnosi corretta è fondamentale per il percorso riabilitativo da intraprendere.

Possibili strutture coinvolte

Il più frequente e comune è un problema ai tendini: come tutte le problematiche tendinee è associata a un sovraccarico, e difatti la popolazione più coinvolta sono i lavoratori che usano molto le dita e/o le prese: elettricisti, muratori, impiegati, sportivi, etc.

Poi esistono problematiche articolari: tendenzialmente insorte in maniera più improvvisa, con un movimento brusco del braccio con un peso in mano. Sono più complesse da valutare, e più difficili da gestire. Anche perché nel caso di coinvolgimento di legamenti si può avere una microinstabilità dell’articolazione. Il trattamento sarà più lungo e a volte necessità di un lavoro di equipe tra ortopedico/fisioterapista mirato.

Coinvolgimento nervoso: il meno frequente ma anche in questo caso fondamentale da riconoscere per arrivare al piano di trattamento migliore. Tendenzialmente in questo caso il dolore è meno localizzato e può avere dei sintomi tipici di sofferenza nervosa: formicolio, bruciore, parestesia, etc.

Infine possiamo avere delle forme miste: in cui sono presenti 2 o tutte e tre le forme. Chiaramente più complesse, ma per fortuna meno frequenti.

 

Trattamento

Non sarà sempre bianco o nero ma possiamo iniziare ad avere delle idee di massima:

  • Componente tendinea: il lavoro da fare (come in tutti le problematiche ai tendini) è ristabilire la corretta capacità della componente muscolo-tendine di sopportare lo sforzo, e quindi iniziare con esercizi graduali e progressivi per rinforzare la struttura. Soprattutto all’inizio, per gestire al meglio il dolore, può essere utile utilizzare terapia manuale, stretching e, a volte, tecar o laser terapia. La prognosi dipende da quanto tempo il paziente sente dolore ma all’incirca va dalle 4 alle 6 settimane
  • Componente articolare: il trattamento sarà orientato alla protezione dell’articolazione, utilizzando tutori, bendaggi e cercando di evitare le posizioni che aumentano il dolore (tipicamente il gomito totalmente dritto). In aggiunta è molto utile fare mobilizzazioni manuali dell’articolazione e cercare di gestire il dolore. La componente di esercizi deve essere gestita con estrema attenzione per non aumentare il dolore, ma è fondamentale per una ripresa ottimale della funzionalità. La prognosi sarà più lunga, circa 12-16 settimane.
  • Componente nervosa: anche in questo caso utilizzare tutori o bendaggi per evitare delle posizioni irritanti è utile. Inoltre la mobilizzane passiva del nervo con esercizi di neurodinamica è utile per ridirre il sintomo e migliorare la tolleranza al movimento. Può essere utile del massaggio, tella terapia manuale e dello stretching dinamico. La prognosi è di circa 8-12 settimane.
  • Componente mista: una unione delle tecniche di ogni altro sottogruppo.

Conclusioni

Se i pazienti rispondono bene al trattamento fisioterapico dovrebbero comunque prestare attenzione e avere la costanza di svolgere esercizi specifici per i primi 3/6 mesi dalla ripresa delle normali attività per evitare ricadute.

Se invece il trattamento fisioterapico non è sufficiente a risolvere il dolore, può essere utile andare a fare una investigazione migliore della problematica tramite Risonanza Magnetica, e consultare uno specialista ortopedico per decidere al meglio il percorso migliore per il paziente.

 

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Fascite plantare

FASCITE PLANTARE

COS’È LA FASCITE PLANTARE?

La fascite plantare è caratterizzata da un dolore sulla pianta del piede. Il dolore può essere localizzato sulla parte interna vicina al calcagno, da dove parte la fascia plantare, oppure a metà della pianta del piede. Il dolore è maggiore durante i primi passi e quando si eseguono attività in piedi, soprattutto in seguito a periodi di riposo o al mattino. Se non trattato correttamente può durare per diverso tempo e in alcuni casi diventare una condizione cronica.

 

INSORGENZA DEI SINTONI E DIAGNOSI

La fascite plantare è un infortunio molto frequente sia nella popolazione sportiva (soprattutto in chi corre o in sport in cui la corsa è predominante), sia in soggetti di mezza età tendenzialmente sedentari. Ci sono molti fattori che possono contribuire a sviluppare sintomi di fascite: riduzione della mobilità della caviglia, debolezza muscolare, rigidità delle articolazioni del piede, alti livelli di stress, ansia, depressione. Le cause che hanno però maggior importanza sono:

  • Un BMI alto, cioè essere in sovrappeso
  • Eseguire attività in cui si sta molto tempo in piedi o sport in cui la corsa è preponderante
  • Cambiare le proprie abitudini (il fattore più importante); per le persone sedentarie è tipica l’insorgenza di dolore in seguito a weekend in cui si cammina molto, o cambi sul lavoro o nelle attività in cui si incrementa molto l’attività, anche solo camminare. Per gli sportivi riprendere dopo un periodo di stop, oppure incrementare il volume o l’intensità di allenamento e ridurre i tempi di recupero.

La diagnosi di fascite plantare in realtà è semplice. Il dolore deve essere presente o sulla pianta del piede oppure sull’interno del piede vicino al calcagno. Il dolore aumenta alla pressione manuale e alla palpazione si deve evocare il dolore familiare al paziente, cioè un dolore simile a quello che sente durante le attività specifiche.

 

TRATTAMENTO

Pur essendo una condizione molto frequente il trattamento migliore non è ancora stato individuato con certezza. I tre interventi principali sono: educazione, stretching della fascia plantare in combinazione con esercizi e bendaggi di tipo low dye.

I ricercatori indicano l’educazione come l’intervento principale e più importante. Bisogna informare adeguatamente i pazienti circa la loro condizione, rassicurarli della prognosi favorevole, spiegargli come gestire il dolore e le attività impostando programmi personalizzati e individuali per ciascuna persona al fine di ottimizzare l’intervento riabilitativo. Bisogna consigliare, in un primo momento, di evitare di stare in piedi per lungo tempo o camminare per i più sedentari e di ridurre l’attività di corsa per gli sportivi, al fine di diminuire lo stress esercitato sulla fascia. Infine può essere utile cambiare la scarpa, nel breve periodo, e trovare una calzatura che riduca la sintomatologia. Il discorso è comunque soggettivo e va discusso tra paziente e fisioterapista.

Quando questi tre interventi non sono sufficienti per risolvere il problema, tendenzialmente la fascite plantare curata correttamente si risolve in 4-6 settimane, è utile pensare ad altri trattamenti quali laserterapia, onde d’urto o perdita di peso per le persone in sovrappeso o anche fabbricare delle solette personalizzate per la volta plantare. Importante però che sia le solette che il cambio di scarpa avvenga solo per il periodo di dolore, in quanto non sono utili, anzi forse anche dannosi, nel lungo periodo.

 

CONCLUSIONE

La fascite plantare è una condizione dolorosa del piede che colpisce sia le persone sedentarie che le persone sportive. È abbastanza frequente e se non trattata correttamente può protrarsi per diverse settimane, addirittura mesi. I cambi negli allenamenti o nelle attività comuni sono la causa principale di insorgenza del dolore. La fisioterapia aiuta tramite l’educazione rispetto alla gestione del dolore e delle attività, l’esecuzione di esercizi di stretching e di bendaggi di tipo low dye. In aggiunta si possono eseguire terapie fisiche come laserterapia e onde d’urto o utilizzare nel breve termine solette personalizzate.

 

Referenze:

Morrissey D, Cotchett M, Said J’Bari A, Prior T, Griffiths IB, Rathleff MS, Gulle H, Vicenzino B, Barton CJ. Management of plantar heel pain: a best practice guide informed by a systematic review, expert clinical reasoning and patient values. Br J Sports Med. 2021 Mar 30:bjsports-2019-101970. doi: 10.1136/bjsports-2019-101970.

Thomas MJ, et al. Plantar heel pain in middle-aged and older adults: population prevalence, associations with health status and lifestyle factors, and frequency of healthcare use. BMC Musculoskelet Disord. 2019. 

Sindrome del tunnel carpale

Sindrome del TUNNEL CARPALE

SINDROME DEL TUNNEL CARPALE

 

COS’È LA SINDROME DEL TUNNEL CARPALE?

La sindrome del tunnel carpale è una neuropatia periferica, cioè una patologia del nervo; ed è la più comune. Il problema alla base di questa sintomatologia è “l’intrappolamento” del nervo a livello del polso, nello specifico il nervo mediano. Questo fa sì che il nervo non riesca più a scorrere correttamente e rimanga schiacciato, con conseguenti sintomi quali formicolio, intorpidimento, parestesia, perdita della sensibilità e perdita di forza.

Tutti questi sintomi, dal più lieve ai più gravi, danno come risultato la perdita delle funzionali della mano, un deterioramento della salute generale e, essendo molto comune, porta con sé serie conseguenze sociali ed economiche. Risulta quindi molto importante trovare un trattamento efficace ed economico per questa condizione.

 

DIAGNOSI

La diagnosi di sindrome del tunnel carpale si basa sull’unione tra la storia e l’evoluzione dei sintomi (anamnesi), studio della conduzione nervosa (Elettro-Mio-Grafia, EMG) ed esame clinico. Si parla di sindrome del tunnel carpale quando sono presenti due o più di questi elementi:

  • Intorpidimento o formicolio nell’area innervata dal nervo mediano (palmo della mano e prime tre dita);
  • Perdita della sensibilità durante la notte;
  • Test di Phalen Positivo;
  • Segno di Tinel positivo;
  • Dolore al polso che può irradiare fino alla spalla.

 

TRATTAMENTO

Storicamente il trattamento della sindrome del tunnel carpale può includere sia un trattamento chirurgico che conservativo, attraverso la fisioterapia. I sostenitori del trattamento chirurgico enfatizzano la sua alta efficacia clinica. Coloro che invece sostengono il trattamento fisioterapico mettono l’accento sulla sicurezza del trattamento e sui benefici della riabilitazione.

Un sondaggio evidenzia che la volontà del paziente spesso è orientata in favore della fisioterapia: infatti, il 61% dei pazienti con la sindrome del tunnel carpale intervistati vorrebbero evitare l’intervento chirurgico. Queste considerazioni incoraggiano alcuni ricercatori a sostenere il trattamento fisioterapico come primo intervento.

 

COSA PREVEDE LA FISIOTERAPIA?

Considerato che il problema alla base della sintomatologia è “l’intrappolamento” del nervo, il trattamento fisioterapico ha l’obiettivo di migliorare lo scorrimento del nervo con massaggi di desensibilizzazione e tecniche chiamate di “neurodinamica. L’enorme vantaggio dato da questo tipo di approccio è dato dall’educazione. Sin dalle prime sedute, il fisioterapista può educare correttamente il paziente su come gestire il dolore e su come svolgere questi esercizi a casa, permettendogli di progredire in base alla sintomatologia. Responsabilizzare il paziente migliora l’efficacia del trattamento.

Gli esercizi di neurodinamica e le tecniche di desensibilizzazione si sono dimostrate efficaci nel trattamento della sindrome del tunnel carpale. Sono stati riscontrati miglioramenti sia a livello del dolore, che della conduzione nervosa e nella funzionalità della mano.

 

CONCLUSIONE

Per trattare pazienti con sindrome del tunnel carpale, l’utilizzo di esercizi di neurodinamica e tecniche di desensibilizzazione hanno dato effetti benefici significativi. Uno studio condotto su pazienti con sindrome del tunnel carpale, mostra che questi, a distanza di quattro anni, hanno gli stessi benefici sia che abbiano effettuato un programma riabilitativo sia che abbiano optato per l’intervento chirurgico.

Le tecniche di neurodinamica non richiedono molto tempo, possono essere insegnate al paziente nel corso delle prime sedute, e questi potrà ripeterle comodamente a casa. In aggiunta, le tecniche di desensibilizzazione sono utili per diminuire il dolore, migliorare la conduzione nervosa e le funzionalità della mano.

 

Referenze:

Wolny T, Linek P Is manual therapy based on neurodynamic techniques effective in the treatment of carpal tunnel syndrome? A randomized controlled trial Clinical Rehabilitation 2019, Vol. 33(3) 408– 417 doi: 10.1177/02692155188052

Fernandez-de-Las-Penas C, Arias-Buria JL, Cleland JA, et al. Manual Therapy Versus Surgery for Carpal Tunnel Syndrome: 4-Year Follow-Up From a Randomized Controlled Trial. Phys Ther. 2020 Oct 30;100(11):1987-1996.  doi: 10.1093/ptj/pzaa150.

Zaino e mal di schiena

“Lo zaino pesante causa mal di schiena!”

“Se teniamo lo zaino su una spalla sola si diventa storti e viene la scoliosi!”

“Bisogna fare attenzione a come si sta seduti, se no ci si rovina la schiena!” 

 

Queste sono alcune delle frasi che più spesso diciamo o che sentiamo dire ai bambini in vari contesti. Ma, in realtà le cose non stanno proprio così! 

 

Quando si parla di salute, come in questo caso, non bisogna seguire il pensiero comune. Al contrario, è necessario cercare di capire cosa ci suggeriscono gli studi scientifici. Quindi mi sono posto una domanda:

è vero che lo zaino (pesante) provoca mal di schiena nei bambini?

 

Le risposte a questa domanda vi sorprenderanno. 

 

I tanti studi analizzati indicano che lo zaino non causa il mal di schiena, neanche quando il peso dello zaino è superiore al 10% del peso del bambino; per intenderci, quando lo zaino pesa più di 6/10Kg.

Inoltre, gli studi dimostrano che caricare borse monospalla, un trolley o altre varianti di zaino non crea più problemi rispetto al caricare lo zaino nella maniera “corretta”.

 

Ci sono altri aspetti molto importanti da considerare. I nostri bambini devono muoversi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) i ragazzi fino ai 18 devono fare almeno un’ora di attività fisica al giorno per crescere bene e stare in salute. La vita sedentaria che conducono i bambini e gli adolescenti probabilmente è il più importante aspetto da considerare quando si parla di mal di schiena nei ragazzi, e non tanto lo sforzo, comunque di pochi minuti, di portare uno zaino pesante.

 

Per quanto riguarda la postura?

 

Anche in questo caso sappiamo che non esiste una postura giusta e una sbagliata. Sappiamo che i bambini devono muoversi e non stare tanto tempo fermi nella stessa posizione. Come dice il grande fisioterapista O’Sullivan, la postura migliore è quella che si cambia ogni 5 minuti. Quindi, cerchiamo di non costringere i bambini a stare sempre nella stessa posizione e consigliamo loro di muoversi il più possibile. 

 

In conclusione, è importante che i bambini e i ragazzi crescano facendo sport e muovendosi molto. Non è quasi mai il peso dello zaino la causa del loro mal di schiena.

 

Le risposte alla domanda iniziale vi hanno scioccato?

Se siete un po’ sconvolti sono contento. Sfatare falsi miti e credenze che vengono portate avanti senza fondamenti scientifici è importante per la fisioterapia moderna e per gestire al meglio i pazienti.

 

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Bibliografia:

  1. Calvo‐Muñoz I., M. Kovacs F., Roqué M., Seco‐Calvo J. The association between the weight of schoolbags and low back pain among schoolchildren: A systematic review, meta‐analysis and individual patient data meta‐analysis. Eur J Pain. 2020 Jan;24(1):91-109. DOI: 10.1002/ejp.1471
  2. Akbar, F., AlBesharah, M., Al-Baghli, J., Bulbul, F., Mohammad, D., & Qadoura, B., & Al-Taiar, A. (2019). Prevalence of lowBack pain among adolescents in relation to the weight of school bags. BMC Musculoskeletal Disorders, 20:37. https://doi.org/10.1186/s12891-019-2398-2
  3. Calvo-Muñoz, I., Kovacs, F. M., Roqué, M., Gago Fernández, I., & Seco Calvo, J. (2018). Risk factors for low back pain in childhood and adolescence: A systematic review. Clinical Journal of Pain, 34, 468-484. https://doi.org/10.1097/AJP.0000000000000558
  4. Devroey, C., Jonkers, I., de Becker, A., Lenaerts, G., & Spaepen, A. (2007). Evaluation of the effect of backpack load and position during standing and walking using biomechanical, physiological and subjective measures. Ergonomics, 50, 728-742. https://doi.org/10.1080/00140130701194850
  5. Dianat, I., Sorkhi, N., Pourhossein, A., Alipour, A., & Asghari-Jafarabadi, M. (2014). Neck, shoulder and low back pain in secondary schoolchildren in relation to school bag carriage: Should the recommended weight limits be gender-specific? Applied Ergonomics, 45, 437-442. https://doi.org/10.1016/j.apergo.2013.06.003
  6. Siambanes, D., Martinez, J. W., Butler, E. W., & Haider, T. (2004). Influence of school backpacks on adolescent back pain. Journal of Pediatric Orthopedics, 24, 211-217. https://doi.org/10.1097/01241398-200403000-00015

DOLORE CERVICALE IN EPOCA DI SMART WORKING

Prima di iniziare a parlare del dolore cervicale in epoca di smart working vorrei ringraziare il Gruppo Terapia Manuale (GTM) e Associazione Italiana Fisioterapisti (AIFI) per la realizzazione di questo ottimo opuscolo educativo completamente gratuito e scaricabile.

Cosa si intende per dolore cervicale?

Il dolore cervicale, o male al collo, è per definizione localizzato in quella regione anatomica delimitata superiormente dalla base del cranio (occipite) e inferiormente da una linea immaginaria che passa all’altezza delle scapole.

È la seconda causa di disabilità, preceduta solo dal mal di schiena, e si stima che fino al 70% della popolazione sviluppi dolore al collo nella propria vita. Sebbene nella maggior parte dei casi sia una problematica benigna e la prognosi sia favorevole, spesso il problema può diventare persistente e quindi causare disabilità prolungata a chi ne soffre. Per le caratteristiche fisiche, psicologiche e sociali del problema, il dolore al collo è associato a una riduzione della qualità di vita, della produttività lavorativa e a limitazioni funzionali. Come tutti i disturbi muscolo-scheletrici, anche il dolore cervicale ha un’eziologia multifattoriale. Viene definito come disturbo non specifico in quanto non determinato da specifiche problematiche traumatiche o acute, ma è una sintomatologia subdola attribuita a cause di origine posturale e meccanica.

Questa condizione dolorosa non deve essere sottovalutata poiché può sfociare in tensione muscolare e in rigidità di tutto il rachide, generando mal di testa, problemi temporo-mandibolare fino ad arrivare a vertigini, nausea e alterazione dell’equilibrio.

Chi è più a rischio?

La popolazione più colpita da questo disturbo sono le donne tra i 40 e i 50 anni, anche se sono affetti uomini e donne di tutte le età.

Le categorie più colpite sono gli impiegati, chi fa lavori da scrivania e chi è costretto molte ore al giorno a lavori su videoterminali. Il motivo per cui il dolore cervicale affligge queste categorie di lavoratori è complesso e bisogna considerare sia fattori personali che relativi al lavoro stesso. I maggiori fattori di rischio occupazionali per l’insorgenza di un nuovo episodio di dolore al collo sono:

  • Impegno lavorativo elevato e stressante
  • Presenza di un ambiente di lavoro ostile con scarsa organizzazione
  • Mansione lavorativa non decisionale e non variabile
  • Scarsa soddisfazione per l’ambiente di lavoro e basso sostegno tra i colleghi,
  • Utilizzo elevato dei videoterminali.

A questi elementi vanno aggiunti fattori di rischio personali non modificabili come il sesso, l’età e l’aver avuto precedenti episodi di dolore cervicale. 

In questo momento di emergenza, il dolore cervicale è molto frequente tra i lavoratori che praticano smart working. Il dolore può essere causato da:

  • Posture sedute mantenute a lungo
  • Scarsa possibilità di variare la posizione, 
  • Posizioni scomode con il posizionamento del monitor non frontale,
  • Movimenti frequenti di rotazione del capo, 
  • Posizionamento del monitor e della tastiera troppo vicini al corpo.

Questi elementi, infatti, determinano un aumento significativo dell’elevazione delle spalle e della rigidità muscolare, oltre a un incremento dello sforzo visivo per mettere a fuoco. 

Cosa si può fare?

Gli interventi possono essere di due tipi: 

  1. Un intervento di tipo strutturale, mirato a progettare spazi e postazioni di lavoro mobili ed ergonomiche, e organizzando il lavoro in modo da permettere ai dipendenti di spostarsi e non assumere posture fisse per troppo tempo.
  2. L’aiuto di un fisioterapista. Grazie alla fisioterapia è possibile alleviare o prevenire i sintomi cervicali grazie a degli esercizi di rinforzo, allungamento e propriocettivi dei muscoli cranio-cervicali. Questi esercizi, infatti, permettono al lavoratore di sopportare meglio la giornata lavorativa, permettendo ai muscoli di affaticarsi meno. 

La ricerca scientifica ci dice che questo tipo di esercizi sono i più efficaci a medio-lungo termine. Tuttavia, in alcuni casi i pazienti necessitano di alcuni interventi di terapie passive quali massaggi, mobilizzazione del rachide e supervisione durante gli esercizi. Successivamente alla terapia passiva, il paziente dovrebbe comunque essere educato su come svolgere gli esercizi in maniera autonoma e indipendente. 

In generale, i risultati migliori si ottengono dalla combinazione di cambiamenti strutturali e di esercizi. I miglioramenti non sono solo a livello del dolore, ma anche a livello di soddisfazione e appagamento lavorativo, di stress e di miglioramento della produttività.

Quali esercizi?

Gli esercizi possono sembrare banali ma sono utilissimi per rilassare e al contempo rinforzare la muscolatura cervicale. Sempre con l’aiuto dell’opuscolo fornito da GTM e AIFI (consultatelo per approfondimenti) vi presentiamo 10 esercizi:

 

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VIVERE MEGLIO E PIÙ A LUNGO

Le malattie croniche sono causa di morte per circa 40 milioni di persone ogni anno (circa il 70% di tutti i decessi a livello globale). E il 15% delle morti, in Italia, sono causate dalla sedentarietà.

In questo articolo daremo sane informazioni su diabete, malattie cardiovascolari, respiratorie, tumori, e su un corretto stile di vita.

Una recente pubblicazione apparsa sul British Medical Journal afferma che

  1. non fumare,
  2. limitare l’assunzione di bevande alcoliche,
  3. fare attività fisica regolare,
  4. mantenere un peso corporeo adeguato
  5. mangiare cibo sano,

permette non solo di allungare, ma anche di migliorare la qualità di vita.

Risultato immagini per ATTIVITà fisica

La notizia può essere commentata come: 

“Ohibò, che vita amara!”

oppure 

“Beh, abbiamo scoperto l’acqua calda!”

E’ vero: si tratta di raccomandazioni scontate, ma la portata innovativa della ricerca pubblicata nel 2020 sul BMJ sta nell’evidenziare che alcuni fattori non solo influiscono sull’aspettativa di vita ma, associati fra loro, hanno una significativa incidenza sugli anni di vita senza malattie. 

In accordo con lo slogan: “Aggiungere vita agli anni e non anni alla vita!” 

I ricercatori hanno studiato i dati provenienti da un campione di oltre 100mila individui in un periodo compreso tra il 1980 e il 2014. Hanno esaminato persone non  fumatrici, con un Body Mass Index compreso tra 18.5 e 24.9, praticanti attività fisica da moderata a intensa per almeno 30 minuti al giorno, con minima assunzione di alcool e con una dieta sana. Elementi che hanno chiamato “fattori di stile di vita a basso rischio”.

Il risultato è stato che questi cinque fattori associati aiutano a vivere più a lungo e meglio, riducendo il rischio di malattie croniche. Ne consegue una migliore qualità di vita.

A titolo esemplificativo è emerso che per le donne che non adottano alcuno dei cinque fattori l’aspettativa di vita senza diabete di tipo 2 o malattie cardiovascolari è di 73 anni , mentre per chi ne adotta 4 su cinque, l’aspettativa è di 84 anni. Per gli uomini l’aspettativa è 81 anni.

Ma quanto esercizio fisico è raccomandato? Tra i 150 e i 300 minuti di moderata attività aerobica a settimana o tra i 75 e i 150 minuti di attività aerobica intensa. In aggiunta esercizi di rinforzo muscolare due o più giorni.

Va evidenziato peraltro che l’esercizio fisico, associato anche solo a uno o due dei fattori sopra descritti, permette comunque di aumentare gli anni di vita senza tumori, malattie cardiovascolari o diabete di tipo II, anche se i miglioramenti più significativi sono stati riscontrati in coloro che li hanno “adottati”  tutti e cinque.

Risultato immagini per cibo sano

L’adozione di uno stile di vita salutare arreca benefici non solo al singolo individuo ma all’intera collettività, riducendo la spesa sanitaria ed incrementando l’efficienza del sistema sanitario.

Le politiche nazionali per migliorare un’aspettativa di vita libera da patologie che ne inficiano la qualità non dovrebbero quindi limitarsi a misure interdittive (quali ad esempio il divieto di fumare in luoghi pubblici) ma promuovere una sana alimentazione ed un corretto esercizio fisico.

A voi la scelta se andare a correre o farvi una birra al pub (rischiando il coronavirus).

(Healthy lifestyle and life expectancy free of cancer, cardiovascular disease, and type 2 diabetes: prospective cohort study, BMJ, Published 08 January 2020)

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