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Fascite plantare

FASCITE PLANTARE

COS’È LA FASCITE PLANTARE?

La fascite plantare è caratterizzata da un dolore sulla pianta del piede. Il dolore può essere localizzato sulla parte interna vicina al calcagno, da dove parte la fascia plantare, oppure a metà della pianta del piede. Il dolore è maggiore durante i primi passi e quando si eseguono attività in piedi, soprattutto in seguito a periodi di riposo o al mattino. Se non trattato correttamente può durare per diverso tempo e in alcuni casi diventare una condizione cronica.

 

INSORGENZA DEI SINTONI E DIAGNOSI

La fascite plantare è un infortunio molto frequente sia nella popolazione sportiva (soprattutto in chi corre o in sport in cui la corsa è predominante), sia in soggetti di mezza età tendenzialmente sedentari. Ci sono molti fattori che possono contribuire a sviluppare sintomi di fascite: riduzione della mobilità della caviglia, debolezza muscolare, rigidità delle articolazioni del piede, alti livelli di stress, ansia, depressione. Le cause che hanno però maggior importanza sono:

  • Un BMI alto, cioè essere in sovrappeso
  • Eseguire attività in cui si sta molto tempo in piedi o sport in cui la corsa è preponderante
  • Cambiare le proprie abitudini (il fattore più importante); per le persone sedentarie è tipica l’insorgenza di dolore in seguito a weekend in cui si cammina molto, o cambi sul lavoro o nelle attività in cui si incrementa molto l’attività, anche solo camminare. Per gli sportivi riprendere dopo un periodo di stop, oppure incrementare il volume o l’intensità di allenamento e ridurre i tempi di recupero.

La diagnosi di fascite plantare in realtà è semplice. Il dolore deve essere presente o sulla pianta del piede oppure sull’interno del piede vicino al calcagno. Il dolore aumenta alla pressione manuale e alla palpazione si deve evocare il dolore familiare al paziente, cioè un dolore simile a quello che sente durante le attività specifiche.

 

TRATTAMENTO

Pur essendo una condizione molto frequente il trattamento migliore non è ancora stato individuato con certezza. I tre interventi principali sono: educazione, stretching della fascia plantare in combinazione con esercizi e bendaggi di tipo low dye.

I ricercatori indicano l’educazione come l’intervento principale e più importante. Bisogna informare adeguatamente i pazienti circa la loro condizione, rassicurarli della prognosi favorevole, spiegargli come gestire il dolore e le attività impostando programmi personalizzati e individuali per ciascuna persona al fine di ottimizzare l’intervento riabilitativo. Bisogna consigliare, in un primo momento, di evitare di stare in piedi per lungo tempo o camminare per i più sedentari e di ridurre l’attività di corsa per gli sportivi, al fine di diminuire lo stress esercitato sulla fascia. Infine può essere utile cambiare la scarpa, nel breve periodo, e trovare una calzatura che riduca la sintomatologia. Il discorso è comunque soggettivo e va discusso tra paziente e fisioterapista.

Quando questi tre interventi non sono sufficienti per risolvere il problema, tendenzialmente la fascite plantare curata correttamente si risolve in 4-6 settimane, è utile pensare ad altri trattamenti quali laserterapia, onde d’urto o perdita di peso per le persone in sovrappeso o anche fabbricare delle solette personalizzate per la volta plantare. Importante però che sia le solette che il cambio di scarpa avvenga solo per il periodo di dolore, in quanto non sono utili, anzi forse anche dannosi, nel lungo periodo.

 

CONCLUSIONE

La fascite plantare è una condizione dolorosa del piede che colpisce sia le persone sedentarie che le persone sportive. È abbastanza frequente e se non trattata correttamente può protrarsi per diverse settimane, addirittura mesi. I cambi negli allenamenti o nelle attività comuni sono la causa principale di insorgenza del dolore. La fisioterapia aiuta tramite l’educazione rispetto alla gestione del dolore e delle attività, l’esecuzione di esercizi di stretching e di bendaggi di tipo low dye. In aggiunta si possono eseguire terapie fisiche come laserterapia e onde d’urto o utilizzare nel breve termine solette personalizzate.

 

Referenze:

Morrissey D, Cotchett M, Said J’Bari A, Prior T, Griffiths IB, Rathleff MS, Gulle H, Vicenzino B, Barton CJ. Management of plantar heel pain: a best practice guide informed by a systematic review, expert clinical reasoning and patient values. Br J Sports Med. 2021 Mar 30:bjsports-2019-101970. doi: 10.1136/bjsports-2019-101970.

Thomas MJ, et al. Plantar heel pain in middle-aged and older adults: population prevalence, associations with health status and lifestyle factors, and frequency of healthcare use. BMC Musculoskelet Disord. 2019. 

La CADENZA

La CADENZA – IL VOCABOLARIO DEL RUNNER

La CADENZA

La cadenza è un parametro biomeccanico molto importante. Probabilmente il più importante da considerare per performance, prevenzione e gestione degli allenamenti.

La cadenza è il numero di passi che si fanno in ogni minuto di corsa. La media dei runner amatoriali va dai 145 ai 165 passi al minuto. La media degli atleti di élite varia tra i 170 e i 190. Si potrebbe pensare che ciò sia dovuto alla velocità, ma in relata non è così. Nei runner professionisti c’è una minima variabilità del numero di passi al minuto e rimangono sostanzialmente uguali sia che corrano a 3’ a Km, sia che corrano a 6’ a Km. Nei runner principianti invece c’è una grande variabilità in base alla velocità.

La CADENZA

Il grafico mostra appunto come nei runner amatoriali o principianti ci sia una grande variabilità nella cadenza, mentre, gli atleti professionisti e chi corre scalzo, non hanno grande differenza.

Questo vuol dire che tutti dovrebbero correre a 180 passi al minuto?

No. Però ci sono alcuni fattori da considerare.

La scarpa altera la biomeccanica di corsa. Chi corre con scarpe moderne e ammortizzate tende ad avere un appoggio di tallone e una cadenza bassa. Gli stessi runner, se si tolgono le scarpe e iniziano a correre a piedi nudi aumentano spontaneamente il numero di passi fino a circa 180 al minuto.

Per chi ha una cadenza bassa (circa 150/160 passi al minuto) può essere utile aumentare la cadenza: perché?

Come detto all’inizio, la cadenza risulta un parametro molto importante per gestire la biomeccanica del runner. Chi corre con una cadenza bassa tendenzialmente presenta un attacco al suolo di tallone, un appoggio molto lontano dal centro di gravità e grande oscillazione verticale. Questo si traduce in maggiori traumi nel momento dell’impatto al suolo, maggiori forze frenanti e un dispendio di energia maggiore.

Immaginate un quadrato e un ottagono che rotolano alla stessa velocità: il quadrato quando atterra al suolo arriverà con una forza maggiore e per poter ripartire necessiterà di maggior forza. Viceversa l’ottagono, farà più passi per andare alla stessa velocità e avrà forza di contatto al suolo più deboli e necessiterà di meno forza per ripartire. A questo link un video che meglio spiega questo concetto.

L’aumento della cadenza ha quindi un effetto anche sulla performance. Riducendo le forze di frenata e il dispendio energetico migliora l’economia di corsa. Inoltre aumentare la cadenza significa avere tempi di contatto al suolo minori e minor dispendio muscolare.

Consigli:

Sei un principiante, o un runner poco esperto (1/2 uscite a settimana da meno di un anno)? Se sì, inizia con gradualità, seguendo uno specifico PROGRAMMA PER INIZIARE A CORRERE, e inizia cercando di tenere una cadenza alta.

Corri da diverso tempo con regolarità e non hai infortuni? Cambiare rappresenta sempre un rischio. Quindi il consiglio è di effettuare una valutazione del gesto della corsa e, insieme, capiremo se e come cambiare la cadenza per migliorare la performance e prevenire gli infortuni.

 

Vuoi capire se la tua cadenza è corretta o se invece dovresti cambiare qualcosa nella tua biomeccanica di corsa? Chiama il 349 3539959 oppure scrivi a info@fisiosprint.it per effettuare una valutazione specifica.

 

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Zaino e mal di schiena

“Lo zaino pesante causa mal di schiena!”

“Se teniamo lo zaino su una spalla sola si diventa storti e viene la scoliosi!”

“Bisogna fare attenzione a come si sta seduti, se no ci si rovina la schiena!” 

 

Queste sono alcune delle frasi che più spesso diciamo o che sentiamo dire ai bambini in vari contesti. Ma, in realtà le cose non stanno proprio così! 

 

Quando si parla di salute, come in questo caso, non bisogna seguire il pensiero comune. Al contrario, è necessario cercare di capire cosa ci suggeriscono gli studi scientifici. Quindi mi sono posto una domanda:

è vero che lo zaino (pesante) provoca mal di schiena nei bambini?

 

Le risposte a questa domanda vi sorprenderanno. 

 

I tanti studi analizzati indicano che lo zaino non causa il mal di schiena, neanche quando il peso dello zaino è superiore al 10% del peso del bambino; per intenderci, quando lo zaino pesa più di 6/10Kg.

Inoltre, gli studi dimostrano che caricare borse monospalla, un trolley o altre varianti di zaino non crea più problemi rispetto al caricare lo zaino nella maniera “corretta”.

 

Ci sono altri aspetti molto importanti da considerare. I nostri bambini devono muoversi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) i ragazzi fino ai 18 devono fare almeno un’ora di attività fisica al giorno per crescere bene e stare in salute. La vita sedentaria che conducono i bambini e gli adolescenti probabilmente è il più importante aspetto da considerare quando si parla di mal di schiena nei ragazzi, e non tanto lo sforzo, comunque di pochi minuti, di portare uno zaino pesante.

 

Per quanto riguarda la postura?

 

Anche in questo caso sappiamo che non esiste una postura giusta e una sbagliata. Sappiamo che i bambini devono muoversi e non stare tanto tempo fermi nella stessa posizione. Come dice il grande fisioterapista O’Sullivan, la postura migliore è quella che si cambia ogni 5 minuti. Quindi, cerchiamo di non costringere i bambini a stare sempre nella stessa posizione e consigliamo loro di muoversi il più possibile. 

 

In conclusione, è importante che i bambini e i ragazzi crescano facendo sport e muovendosi molto. Non è quasi mai il peso dello zaino la causa del loro mal di schiena.

 

Le risposte alla domanda iniziale vi hanno scioccato?

Se siete un po’ sconvolti sono contento. Sfatare falsi miti e credenze che vengono portate avanti senza fondamenti scientifici è importante per la fisioterapia moderna e per gestire al meglio i pazienti.

 

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Bibliografia:

  1. Calvo‐Muñoz I., M. Kovacs F., Roqué M., Seco‐Calvo J. The association between the weight of schoolbags and low back pain among schoolchildren: A systematic review, meta‐analysis and individual patient data meta‐analysis. Eur J Pain. 2020 Jan;24(1):91-109. DOI: 10.1002/ejp.1471
  2. Akbar, F., AlBesharah, M., Al-Baghli, J., Bulbul, F., Mohammad, D., & Qadoura, B., & Al-Taiar, A. (2019). Prevalence of lowBack pain among adolescents in relation to the weight of school bags. BMC Musculoskeletal Disorders, 20:37. https://doi.org/10.1186/s12891-019-2398-2
  3. Calvo-Muñoz, I., Kovacs, F. M., Roqué, M., Gago Fernández, I., & Seco Calvo, J. (2018). Risk factors for low back pain in childhood and adolescence: A systematic review. Clinical Journal of Pain, 34, 468-484. https://doi.org/10.1097/AJP.0000000000000558
  4. Devroey, C., Jonkers, I., de Becker, A., Lenaerts, G., & Spaepen, A. (2007). Evaluation of the effect of backpack load and position during standing and walking using biomechanical, physiological and subjective measures. Ergonomics, 50, 728-742. https://doi.org/10.1080/00140130701194850
  5. Dianat, I., Sorkhi, N., Pourhossein, A., Alipour, A., & Asghari-Jafarabadi, M. (2014). Neck, shoulder and low back pain in secondary schoolchildren in relation to school bag carriage: Should the recommended weight limits be gender-specific? Applied Ergonomics, 45, 437-442. https://doi.org/10.1016/j.apergo.2013.06.003
  6. Siambanes, D., Martinez, J. W., Butler, E. W., & Haider, T. (2004). Influence of school backpacks on adolescent back pain. Journal of Pediatric Orthopedics, 24, 211-217. https://doi.org/10.1097/01241398-200403000-00015

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